A proposito di violenza politica. Una scuola pubblica italiana (Adro,
provincia di Brescia) è stata di fatto privatizzata dalla locale
giunta e trasformata in scuola leghista, intitolata al professor
Gianfranco Miglio. Sole delle Alpi impresso sui banchi, sui
cestini dei rifiuti, sugli zerbini, sui tavoli, sui cartelli,
sulle finestre, sul tetto, ovunque. Unico altro simbolo ammesso
e anzi imposto è il crocifisso, che a scanso di equivoci è stato
imbullonato ai muri: una specie di doppia crocifissione, povero
Cristo.
L'episodio, quasi incredibile nei suoi termini di cronaca, e
decisamente spaventoso in termini di democrazia, è inedito nella
storia della Repubblica. Scuole di Stato con lo scudo crociato,
o la falce e martello, o altri simboli di partito, ovviamente
non se ne erano mai viste, per il semplice fatto che nessuno
aveva mai osato concepire una così inconcepibile violazione di
uno spazio pubblico: nemmeno nelle fasi più convulse e faziose
della nostra tormentata vita politica. A Adro invece è accaduto,
anche grazie alla partecipe collaborazione di una comunità
fortemente coinvolta nella costruzione del nuovo plesso
scolastico, fino a finanziarne gli arredi. La stessa comunità,
con in testa il sindaco Oscar Lancini, non era intervenuta con
altrettanta sollecitudine quando si trattò di far quadrare i
conti della mensa scolastica, messi in crisi da una mora di
poche migliaia di euro. Fu un imprenditore locale, allora, ad
accollarsi generosamente quella spesa, guadagnandosi lo spregio
e l'ira
di molti suoi concittadini, sindaco in testa.
Alla maggioranza leghista di Adro (non solo alla Giunta) dev'essere
sembrato ovvio considerare ininfluenti eventuali obiezioni,
disagi, proteste da parte di chi leghista non è, e ritenendo di
iscrivere i figli alla locale scuola pubblica (che vuol dire: la
scuola di tutti) li ritrova iscritti d'ufficio a una scuola
"verde", involontaria parodia delle scuole coraniche.
L'omissione di questo scrupolo basilare (esistono minoranze, a
Adro? vanno rispettate? tenute in considerazione?) è l'aspetto
più sconvolgente della vicenda. Perché illustra una sorta di
intolleranza "naturale" tipicissima dei regimi e delle masse
plaudenti che li sostengono, alla quale non siamo più avvezzi da
sessantacinque anni. Le macroscopiche violazioni di legge, e
perfino gli aspetti anticostituzionali, passano quasi in second'ordine
rispetto all'impressionante spettacolo di una comunità così
autocompiaciuta della propria coesione politica da stabilire
l'inesistenza degli "altri", e non solo gli stranieri: ora anche
i non leghisti. Gli italiani.
Ce ne sarà pure qualcuno, a Adro, di non leghista. Che deve
fare? Subire e tacere? Emigrare, perché italiano e non "padano",
inaugurando così l'incredibile paradosso di italiani che si
sentono extraterritoriali in Italia (non più "padroni a casa
loro", per dirla con la Lega)? Sarà molto istruttivo vedere, al
di là delle dichiarazioni di circostanza, quali provvedimenti
concreti vorranno prendere autorità varie e istituzioni di ogni
ordine e grado, tutte direttamente coinvolte da un simile
affronto alla democrazia: a partire, ovviamente, dal ministro
della scuola Gelmini e dal ministro dell'Interno Maroni.
Si pensa, in genere, che ad ogni azione corrisponda una reazione
uguale e contraria. Nel caso del progressivo manifestarsi, in
alcune zone del Nord, di una secessione di fatto, la reazione
fin qui non ha certo corrisposto all'azione. Si spera che
l'esproprio leghista di una scuola pubblica sia la goccia che fa
traboccare il vaso. O gli italiani non leghisti, al Nord, devono
sentirsi cittadini di grado inferiore?
(13 settembre
2010) La Repubblica